Campagne di richiamo dei prodotti alimentari: intervento dell’avvocato Giuseppe Giacovelli ne Il Fatto Alimentare.

[…] la definizione di alimento a rischio si declina nelle due categorie: quella degli alimenti dannosi per la salute e quella costituita dagli alimenti inadatti al consumo umano.

Per determinare se un prodotto si deve considerare  dannoso per la salute occorre prendere in considerazione quanto segue: non soltanto i probabili effetti immediati e/o a breve termine, e/o a lungo termine sulla salute della  persona che lo consuma, ma anche su quella dei discendenti; i probabili effetti tossici cumulativi; la particolare sensibilità, sotto il profilo della salute, di una specifica categoria di consumatori, nel caso in cui  sia destinato ad essa. […]

(Fonte: pagina 1 dell’articolo Campagne di richiamo: quando e perché scatta la denuncia. Gli obblighi degli operatori, la giurisprudenza e le nuove proposte. Il parere dell’avvocato Giuseppe Giacovelli, apparso il 6 marzo nel sito de Il Fatto Alimentare).

Dubbio http://office.microsoft.com/en-us/images/results.aspx?qu=doubt&ex=2In qualità di consumatrice, nonché di genitore di una piccola consumatrice allergica -per la quale la presenza in un prodotto di un allergene NON dichiarato in etichetta costituisce un fattore di rischio per la sua salute, così come per tutti i soggetti allergici a quell’allergene, rischio che nei casi più severi può rivelarsi addirittura letale– desidero informarmi, e la lettura che vi propongo oggi vuole essere un pretesto per cominciare ad acquisire qualche informazione in linea generale, al di là delle allergie.

Oggi non ho il tempo di approfondire e mi limiterò a riportare qualche passaggio del testo a titolo introduttivo, quale spunto di riflessione, nonché qualche link di approfondimento teorico (anche in termini di soglia di sicurezza degli allergeni), ma mi riprometto di tornare sull’argomento, in particolare dal punto di vista del consumatore/della consumatrice allergico/a, perché, fra tanti interrogativi, da non addetto ai lavori, mi domando se gli alimenti contenenti allergeni non dichiarati in etichetta siano considerati “alimenti a rischio” per la salute di una categoria in particolare, appunto il consumatore allergico, pur rendendomi conto che la materia non è di così semplice interpretazione…

Ho letto l’articolo solo per sommi capi, ma lo leggerò con calma nei prossimi giorni, perché in ogni caso, indipendentemente dalle allergie del caso, trovo che sia un articolo interessante per farsi un’idea della complessità della materia.
Proseguendo la lettura della prima pagina si legge che:

[…] Primo tra gli obblighi incombenti sui produttori e distributori è proprio quello di garantire la conformità legale dei prodotti di cui essi fanno commercio. All’interno di questo ampio dovere assume primaria importanza l’obbligo di immettere sul mercato solo “prodotti sicuri”, spettando ad essi garantire che gli alimenti soddisfino le disposizioni della legislazione nelle diverse fasi. […]

pagina 2 si legge altresì che:

[…] si dispone poi che se il prodotto può essere arrivato al consumatore, lo stesso operatore che ha avviato le procedure per ritirarlo ha l’ulteriore obbligo di informare i consumatori in maniera efficace e accurata, del motivo del ritiro e richiamare i prodotti già forniti ai consumatori quando altre misure siano insufficienti a conseguire un livello elevato di tutela della salute. […]

A pagina 4 invece è interessante l’accento posto sulla comunicazione all’Autorità competente:

[…] Ora, la comunicazione all’Autorità competente dell’esistenza di una procedura di ritiro del prodotto per una non conformità tale da determinare un rischio per il consumatore potrebbe portare ad una sorta di auto-incriminazione[3] per l’operatore alimentare nelle situazioni in cui tale non conformità possa assumere rilievo penale. […] Ma allora, in caso di ritiro, al di là dei prevedibili risvolti in tema di responsabilità civile dei quali si tralascia in questa sede la disamina, l’OSA (che sta per operatori del settore alimentare, ossia le persone fisiche o giuridiche responsabili di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nelle imprese alimentari poste sotto il loro controllo) può essere chiamato a rispondere anche in sede penale? E se sì, quali sono le ipotesi di reato che possono essere addebitate all’operatore del settore alimentare?[…]

La materia, e anche l’articolo, evidentemente si complicano.

Non avendolo letto interamente non so se in realtà la risposta alla  alla mia domanda se gli alimenti che contengono allergeni non dichiarati in etichetta siano da considerarsi anch’essi “alimenti a rischio”quindi rientranti nel quadro che descrive l’avvocato Giacovelli sia contenuta nell’articolo, però da una scorsa rapida non ho individuato una sezione che tratti nello specifico il “ritiro/richiamo di prodotti alimentari contenenti allergeni non dichiarati in etichetta”.
Spulciano in Rete ho trovato però la Relazione sul Sistema di Allerta Comunitario relativo all’anno 2013 consultabile nel sito del Ministero della Salute che accenna al fatto che:
[…] Tra le altre irregolarità si segnalano la presenza di allergeni non dichiarati in etichetta (4) […]
[…] Ancora numerose risultano le notifiche riguardanti la presenza di sostanze allergeniche non dichiarate in etichetta (complessivamente 82 segnalazioni), anche se diminuite rispetto alle allerta riportate nell’anno 2011. La presenza non dichiarata di allergeni risulta, altresì, comune in molti tipi di alimenti. (Cfr. Tavola 2.6) […]
Possiamo quindi dedurne che anche gli alimenti contenenti allergeni non dichiarati in etichetta siano da ritenersi Alimenti a Rischio.
Colgo l’occasione per ricordare che in materia di etichette alimentari occorre fare riferimento al “nuovo” Regolamento Ue, n. 1169/2011, Gazzetta Ufficiale del 22 novembre 2011 e in vigore dal 13 dicembre 2011, cui gli operatori dovranno obbligatoriamente adeguarsi entro fine di quest’anno, illustrato in un linguaggio comprensibile anche per i non tecnici da Dario Dongo nell’opuscolo L’Etichetta, pubblicato sempre da Il Fatto Alimentare, che avevo presentato in questo post.

Il Fatto Alimentare da tempo “ha avviato un dibattito sulle criticità del sistema di allerta e sulle modalità di gestione dei ritiri e dei richiami da parte delle Asl, del Ministero della salute e dei magistrati.”

Del resto, trovo degna di nota la conclusione dell’intervento di Fabrizio De Stefani, direttore veterinario ASL ed esperto in sicurezza e diritto alimentare, nell’articolo che precede l’intervento dell’avvocato Giacovelli:

[…] Le norme non mancano ma si dovrebbe chiarire a quale livello di rischio per i consumatori si deve prevedere l’intervento informativo pubblico e in quale modo devono essere mediate le informazioni a tutela della salute dei cittadini, affinché siano coerenti, uniformi ed efficaci su tutto il territorio nazionale.

Quella frase mi riporta alla irrisolta questione delle soglie di tolleranza degli allergeni, ma preferisco in questo caso ricorrere a una fonte ufficiale, perché è materia assai delicata: nel Rapporto Eufic sugli Allergeni Alimenari (10/2013), oltre ad altre informazioni utili, si legge che

[…] Le soglie di sicurezza degli allergeni possono essere definite a due livelli: soglie individuali e soglie per popolazione. Una soglia individuale è la quantità massima di allergene che può essere tollerata da un soggetto allergico. Una soglia per popolazione, invece, è la quantità massima di allergene che può essere tollerata da un’intera popolazione (o da un sottogruppo rappresentativo) di soggetti con allergia alimentare. La definizione di soglie per popolazione che tutelino tutti i soggetti vulnerabili è però virtualmente impossibile, quindi è più realistico definire soglie di popolazione che scongiurino reazioni gravi nella stragrande maggioranza dei soggetti vulnerabili. Le soglie per popolazione possono aiutare sia il comparto alimentare che le autorità di regolamentazione a valutare il rischio per la salute pubblica e a concepire obiettivi di sicurezza alimentare appropriati con l’intento di orientare la gestione del rischio. (50) Esse potrebbero offrire, ad esempio, una base scientifica per un’etichettatura obbligatoria e cautelativa efficace e coerente. […]

Concludo dicendo che è evidente che le disposizioni da sole non sono sufficienti a garantire la sicurezza degli alimenti, se non si ragiona anche in termini di opportuna formazione degli operatori di settore & comunicazione trasversale a tutti gli attori coinvolti, dal produttore, al distributore, fino al consumatore e qui mi fermo: potrei abbandonarmi a osservazioni e riflessioni personali che  preferisco però rimandare in un altro post, in quanto ora mi preme leggere i due interventi di cui sopra, con la speranza che li leggiate anche voi per tornare qui a condividere insieme.

Di seguito alcuni link di approfondimento a livello teorico (in fase di aggiornamento):

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5 commenti

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5 risposte a “Campagne di richiamo dei prodotti alimentari: intervento dell’avvocato Giuseppe Giacovelli ne Il Fatto Alimentare.

  1. Molte sarebbero le considerazioni da fare… i controlli vengono effettuati a campione o nella totalità? chi produce tiene conto anche della possibile contaminazione? esempio il produttore di cioccolato produce sia fondente che al latte, il distributore vende solo fondente con l’etichetta privo di latte…, ci sono ancora prodotti senza l’obbligo di etichettare gli ingredienti, esempio il vino, nella produzione di vino per chiarificare il colore e mantenere il prodotto vengono utilizzati uovo e latte, un allergico non informato…? le sigle dei coloranti, conservanti, addensanti ecc. perché non viene sempre specificato il contenuto? quanto influisce il fattore business (…) sulla qualità del prodotto? ecc. ecc. ecc. “Noi siamo ciò che mangiamo” PURTROPPO:
    Ciao Monica, un abbraccio.

    • Buongiorno Giannantonio,
      i problemi di un’industria sono tanti e non lo dico per giustificare gli errori di cui abbiamo letto negli ultimi mesi, ma… perché bazzico da un po’ di tempo e più mi informo e più si allargano necessariamente le mie vedute, perché per esempio ho scoperto che molte rilevazioni… dipendono non tanto dal “controllore” bensì dal “metodo” di rilevazione, quindi non sempre i dati sono comparabili (pensa un po’ anche alle merci importate per esempio), ma anche solo all’interno della Comunità Europea… Così come devo ammettere che un azienda può lavare accuratamente un macchinario, ma non può “entrarci dentro” per verificare, e quando anche è sicuro, perché magari ha una linea dedicata, non può garantire per le derrate che acquista… e così via discorrendo.
      Io, più che cercare colpevoli, mi domando cosa si potrebbe fare e sempre in questo caso mi vengono in mente: Formazione, Prevenzione, Informazione trasversalmente a tutti gli ambienti coinvolti, in base ad un protocollo condiviso. Io sono ottimista, ma forse solo una pandemia potrebbe riuscire a far convergere risorse in termini di persone e conoscenze e mezzi per il raggiungimento di un obiettivo, ma non è il momento. Stiamo attraversando una fase, secondo me, ancora di transizione. Stiamo a vedere. Ricambio l’abbraccio e… a presto proveremo il carpaccio di baccalà di Simone!

  2. Concordo con te, prevenzione, formazione, informazione, “coscienza”, e altro, tutti insieme formano la professionalità, ho una esperienza trentennale ( da qui puoi capire che non sono più un ragazzino :)) ) nel settore commerciale. Fare il proprio lavoro con professionalità, qualsiasi sia la mansione e a partire dall’ inizio della filiera, quindi con coscienza, renderebbe anche l’acquirente sicuro dell’acquisto. E’ impensabile, ma purtroppo vero, che chi acquista un prodotto alimentare per alimentarsi e quindi per il proprio “benessere” debba non essere certo di quello che acquista. I problemi delle industrie, delle aziende , grandi o piccole che siano, sono grandissimi, io stesso in questo periodo ne sto’ personalmente pagando le conseguenze, ma sarebbe bello, senza parlare di giustizia e senza colpevolizzare nessuno, se business, produttività, qualità e sicurezza, camminassero tutti di pari passo.Ci sarebbe da parlare per giorni di questo argomento, speriamo che questo periodo di difficoltà, di crisi, sia utile anche per farci riflettere.

  3. Pingback: Allergie alimentari e soglie: forse qualcosa si muove… | mimangiolallergia

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