Allergie Alimentari e desensibilizzazione: un’ulteriore precisazione.

La desensibilizzazione è una terapia sperimentale non ancora standardizzata e pertanto non è possibile porre a confronto i casi trattati. E poiché a ondate se ne sente parlare sia tramite i media, sia in rete, io sento il bisogno di tanto in tanto di ripassarne la definizione, giusto per porre dei confini.

Per questo avevo pubblicato il mese scorso un post in cui vi accennavo e sempre per questa ragione desidero pubblicare oggi un’ulteriore precisazione offerta dal Centro Allergie Alimentari – Regione Veneto, che ha attivato una serie di progetti di ricerca, fra cui anche quella sulla qualità della vita dei pazienti.

Per desensibilizzazione si definisce uno stato transitorio di tolleranza in cui il soggetto momentaneamente non è reattivo all’allergene per il quale presenta sensibilizzazione. Ciò avviene grazie alla continua esposizione a piccole dosi di antigene.

Il protocollo ha lo scopo di verificare se la terapia desensibilizzante con latte vaccino possa indurre acquisizione della tolleranza orale con effetti a lungo termine e non solo ad uno stato di desensibilizzazione temporaneo.

Questo studio sarà successivamente esteso ad altri allergeni alimentari. (Fonte: Centro Allergie Alimentari – Regione Veneto)

Per me, che non sono un’addetta ai lavori, è davvero importante poter contare su dei punti fermi, laddove gli esperti non sono ancora pervenuti a risultati certi e nell’ambito dell’allergologia la situazione si complica ulteriormente.

Personalmente faccio una fatica enorme per trattenermi dall’esternare tutti i miei dubbi, timori, perplessità, e speranze, ma in questa fase desidero solo condividere alcune fra le tante informazioni selezionate che si leggono sul tema.

Ma come dicevo nel post di cui sopra, io ho capito che l’obiettivo principale della desensibilizzazione non sarebbe tanto la dieta libera (se accade buon per chi ci riesce), bensì quello di “abbassare sensibilmente il rischio di gravi reazioni allergiche in seguito ad accidentali assunzioni di allergeni” (Fonte: Cibo Amico).

Un aspetto della desensibilizzazione che mi colpisce è però è l’assenza di sostegno al paziente e ai suoi famigliari dal punto di vista psicologico (o almeno per quel che ne so io, ascoltando qualche testimonianza qua e là dai diretti interessati). Temo però che nella maggioranza dei casi non si tratti di mancanza di volontà da parte dei diversi presidi ospedalieri, bensì di una mancanza di risorse economiche da destinare alla presa in carico di questo aspetto che sono assolutamente convinta non dovrebbe essere tralasciato, almeno nei casi più impegnativi.

In linea generale, quando si parla di allergie alimentari – considerato l’impatto che in certi casi possono avere – non sarebbe male poter contare sull’esistenza di uno “sportello“, a cui rivolgersi nei momenti di maggiore ansia, e … attenzione: l’ansia ha diverse manifestazioni, dal panico alla rabbia che travolge, all’indifferenza ostentata. Perché a volte basterebbe una chiacchierata con un terzo non coinvolto direttamente, disposto semplicemente ad ascoltare e a dare qualche dritta “disinteressata”. Molti hanno “paura” del confronto con lo psicologo, perché temono di essere “criticati”, di essere giudicati “non adeguati”, di dover seguire un percorso di psicoterapia. Ma lo sportello a cui penso io dovrebbe costituire “un’anticamera di decompressione” nei momenti più difficili della storia di allergia.

In materia di allergie alimentari, gli americani si adoperano molto, con diverse iniziative (dal sostegno psicologico, ai gruppi di “auto-terapia”, a percorsi “educazionali”) organizzate soprattutto dalle associazioni, ma non riesco a valutare con quali effetti sui pazienti.

Per quanto riguarda l’Italia, per il momento so soltanto di un progetto sulla qualità della vita del paziente, condotto appunto dal Centro Allergie Alimentari di Padova, “finalizzato al benessere psico-fisico del giovane paziente e della sua famiglia”:

L’allergia alimentare in giovane età comporta forti limitazioni sulle attività familiari, scolastiche o extrascolastiche, con un impatto significativo sulla percezione di benessere generale e importanti risvolti emotivi (Munoz- Furlong A, Noone SA, Sicherer SH. Impact of food allergy on quality of life. Ann Allergy Asthma Immunol. 2001; 87:461-464).

I ragazzi che hanno avuto esperienza di gravi reazioni allergiche talvolta sviluppano disturbi dell’alimentazione, diventano eccessivamente diffidenti e paurosi (Anne Munoz- Furlong BA, Daily Coping Strategies for Patients and Their Families. Pediartics 2003; June 111(6): 1654-1661) e si sono dimostrati essere in crescente rischio di conseguenze socio-emotive negative (Bollinger ME, Dahlquist LM, Mudd K Sonntag C, Dillinger L, Mc Kenna K. The impact of food allergy on the daily activities of children and their families. Ann Allergy Asthma Immunol. 2006; 96,3:415-421).

Il Progetto, che costituisce il primo studio italiano sull’argomento, prevede la valutazione sulla qualità della vita dei pazienti ed è finalizzato al benessere psico-fisico del giovane paziente e della sua famiglia. (Fonte: Centro Allergie Alimentari – Regione Veneto)

Non conosco i dettagli, ma mi piacerebbe approfondire, ma non ora. È un argomento complesso e torneremo a parlarne, ed oggi volevo solo lanciare un sassolino;)

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